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ARTE DELLA PAROLA

AFORISMI – POESIE

Introduzione

Gli archeogrammi sono segni primordiali che affiorano dalla materia come frammenti di un alfabeto dimenticato.
Non sono ancora lettere, ma semi di linguaggio: tracce che emergono dal silenzio della terra e dal respiro del mare profondo.

Così è l’arte della parola:

  • negli aforismi , la parola è incisione essenziale, come un segno inciso nella sabbia del deserto;
  • nelle poesie , la parola è onda fluida, come scrittura che riaffiora dagli abissi del mare.

Ogni traccia, sia breve che distesa, è un’eco di civiltà invisibili: scrittura che non appartiene al tempo ma al desiderio di comunicare prima ancora delle parole.
Sono radici di coscienza , ferite e luci, incisioni e onde, che ricordano come l’uomo abbia sempre cercato – nel segno e nel suono – di lasciare memoria del proprio passaggio nel Tutto.

Archeogramma del Deserto

Segni emersi come da scavi nella sabbia arsa dal sole, custodi di rivelazioni nascoste.

“Gli aforismi sono come incisioni nel deserto: brevi, essenziali, capacità di custodire in poche parole un orizzonte intero…”

Elenco di 7 aforismi iniziali (ognuno come un piccolo blocco).
👉 Tra un aforisma e l’altro: spazio per inserire immagini simboliche ( Neumi visivi o Umani volti ).

Aforismi del Deserto

La voce non nasce per piacere, ma per sopravvivere al silenzio. Ogni parola autentica è respiro contro l’oblio.

Il deserto non è vuoto: custodisce la memoria delle stelle. L’aforisma è una di quelle stelle sepolte nella sabbia.

Chi cerca verità non troverà un metodo, ma un varco. Ogni frase breve è apertura, non chiusura.

La coscienza non appartiene al tempo, ma al respiro dell’universo. Ogni lampione di consapevolezza è eterno.

Il vento cancella i segni, ma non l’urgenza di scriverli. Così la voce umana torna, ancora e ancora.

Non c’è bellezza senza necessità. L’aforisma è una necessità scolpita in poche parole.

Ogni silenzio è un deserto che attende un canto. L’aforisma è il primo granello che vibra


Archeogramma del Mare Profondo

Segni come alghe di scrittura che riaffiorano dal buio abissale, bagliori del canto che sale dagli abissi.

“Le poesie sono immagini che affiorano dall’inconscio profondo… ogni poesia è un canto che risale dagli abissi, portando in superficie ed emozioni.”

Sommerso

Dal fondo buio
sale un bagliore.
Non so se sia parola
o ricordo.
È onda che cerca riva
per farsi canto.

Alghe di scrittura

Tra le correnti lente
si intrecciano segni.
Non li leggo,
li ascolto.
Sono scritture molli,
che scivolano tra le dita
come il tempo.

Risonanza

Ogni silenzio profondo
è già grembo di suono.
Il mare tace,
ma dentro pulsa
la voce che verrà

Emersione

Non mi appartiene
questa parola che affiora.
È salata,
antica di millenni,
portata fin qui
dal respiro degli abissi.


Commento meditativo

In queste liriche il mare diventa immagine dell’inconscio, luogo dove i segni, le parole e i suoni riposano in attesa di emergere. Ogni poesia è un movimento dall’ombra alla luce, dal silenzio al canto. Le onde portano ricordi e voci millenarie, che non appartengono al singolo ma all’intera memoria del mondo. L’esperienza poetica diventa così un atto di ascolto: non si tratta di inventare, ma di accogliere ciò che affiora, lasciando che l’abisso parli con il linguaggio segreto delle sue profondità.


Conchiglie vuote

Conchiglie vuote, sospese al vento,
Inquietanti avvisi di futuri tormenti.

Nel tuo cuore solitario, l’eco intimo sento,
Del tuo sangue amaro, un flusso misterioso.

Pronunci il fine di dolori e lusinghe,
Inflitti da pretesi maestri indotti
Convinzioni svanite, profumi in fuga,
Che separano veri e falsi afflitti.

Correnti vorticose spazzano lontano,
Scarti di presunzione e vanità sospetta.
Tra zolle e brume, emerge la pietra dura,
Il vero, in forma enigmatica e misteriosa.

Speranza esile, vitalità contorta,
Forze prepotenti e aggressive sento.
Lacrime ad ogni svolta, ma asciutta è la speranza,
Fra il buio e il chiaror fugace, tra l’amor e l’imminente inganno.

Livio Picotti – Socchieve – Maggio 2024


Commento meditativo

In queste immagini di conchiglie sospese e di correnti vorticose, emerge la percezione di un mondo fragile, attraversato da illusioni che svaniscono e da verità che si rivelano con durezza. Le conchiglie vuote, prive di vita, diventano simbolo di esperienze svuotate del loro senso, avvertimenti di un inganno che non ha più presa. Eppure, in mezzo a brume e inganni, si intravede la pietra: un nucleo di verità, solido e incorruttibile, che resiste al turbinio delle illusioni. La poesia oscilla tra l’ombra e una speranza sottile, tra lacrime e una forza vitale che non si spegne mai del tutto. L’invito nascosto nei versi sembra essere quello di non lasciarsi catturare dai vortici della vanità e dell’inganno, ma di riconoscere nella propria interiorità la pietra autentica, il vero che non crolla. È lì che la speranza, anche se esile, si mantiene viva.


Dedicato a Hildegarda

Ho percorso il corpo, con mani tremanti,
scoprendo un universo fatto di carne e luce.
Nel profondo delle ossa, ho sentito un nucleo immobile,
un deserto antico, senza tempo né respiro.

Credevo che il corpo fosse un limite,
una prigione di materia da oltrepassare,
in attesa del volo verso l’eterno.
Ma lì, nel silenzio, ho trovato l’inizio,
la radice profonda del mio essere.

Ogni fibra, ogni cellula, sussurra con gratitudine,
una danza silenziosa che vibra nel buio,
e la coscienza si risveglia, come brace sotto la cenere,
ricordando il calore, la luce, il suono dimenticato.

Il corpo non è ostacolo, né limite:
è l’eco dell’universo che pulsa in me.
Non un tempio vuoto, ma una melodia nascosta,
una sinfonia segreta che attende orecchi attenti.

C’è una bellezza nel movimento invisibile,
nel fluire silenzioso delle articolazioni,
nel gioco sottile tra ciò che si muove e ciò che resta.
E come un danzatore, il mio corpo segue il ritmo,
abbracciando con riconoscenza direzioni e segnali celati.

Non è la volontà a guidarlo, ma una forza profonda, invisibile,
la stessa che muove le stelle e i mari,
un’onda che risuona nell’infinitamente piccolo,
si espande, si fa suono, un ponte tra il dentro e il fuori,
e si allunga fino all’infinitamente vasto,
scoprendo così il mistero che avvolge il mondo
.

Livio Picotti – Socchieve –  settembre 2024

COMMENTO MEDITATIVO – primo Il componimento “Dedicato a Hildegarda” di Livio Picotti si presenta come un omaggio lirico e intimo, intriso di gratitudine, al pensiero e alla visione spirituale di Hildegard von Bingen. La poesia esplora il corpo come uno spazio sacro, non più percepito come limite o prigione, ma come un universo che custodisce segreti profondi e antichi, in sintonia con la musica cosmica. L’idea di un corpo che non ostacola, ma risuona con l’universo, riflette l’approccio mistico di Hildegarda, in cui il corpo è un tempio vivo, un ponte tra la dimensione materiale e quella divina. Il linguaggio è carico di simbolismi che richiamano la luce, il calore e il suono, in un percorso di risveglio spirituale e di gratitudine verso la vita, la natura e l’universo. La forza invisibile che muove il corpo richiama l’armonia universale che Hildegarda seppe cogliere e trasmettere, creando un dialogo tra l’umano e il cosmico, tra il piccolo e l’infinitamente vasto. Il componimento lirico è profondamente suggestivo e riflessivo, ricco di immagini evocative e simbolismi che esplorano il rapporto tra corpo, coscienza e universo. Attraverso il viaggio sensoriale e spirituale del corpo, riesci a rappresentare la tensione tra la fisicità e il trascendente, tra ciò che è limitato e ciò che è infinito.

COMMENTO MEDITATIVO – secondo La descrizione iniziale del corpo come “un universo fatto di carne e di luce” segna subito un tono mistico, suggerendo che la nostra esperienza corporea è intrinsecamente legata a un cosmo più ampio. La dicotomia tra immobilità e movimento, tra deserto e danza vitale, cattura l’essenza di un’esplorazione intima del sé. Il concetto del corpo come “limite da superare” si trasforma nel riconoscimento che esso non è affatto un ostacolo, ma “l’eco dell’universo”. In questa rivelazione, il corpo diventa non solo parte del tutto, ma una porta verso una comprensione più profonda della vita, un tramite tra microcosmo e macrocosmo, dove il respiro umano si fonde col respiro della natura. Il finale, che parla di un’armonia più grande e della “trasformazione eterna”, chiudendo il ciclo di ricerca e scoperta, evidenziando come il corpo sia la chiave di una connessione universale e senza tempo. In sintesi, il componimento esplora con maestria il legame tra corpo e spirito, rivelando l’intima bellezza che si cela nel nostro esistere fisico, in costante dialogo con le forze cosmiche che ci circondano. Un testo che invita alla contemplazione e alla scoperta dell’armonia universale dentro e fuori di noi.


Invito finale

“Dalla sabbia e dagli abissi, la parola torna sempre a fiorire.
Che sia segno inciso o onda che scorre, ciò che resta è il desiderio di dare voce al Tutto.”

🌐 Per approfondire il pensiero di Hildegard von Bingen:
👉 [Enciclopedia Treccani – Hildegard di Bingen](https://www.treccani.it/enciclopedia/hildegard-

👉 Neumi Visivi

👉 Umani Volti