Il segreto di Krishnamurti che Tolle ha assorbito in silenzio
Ci sono fili invisibili che attraversano i secoli e legano maestri che non si sono mai incontrati.
Jiddu Krishnamurti ed Eckhart Tolle non hanno mai condiviso lo stesso spazio fisico, eppure nelle loro parole vibra la stessa corrente: l’arte dell’osservazione .
Non meditazione come tecnica, non concentrazione come sforzo: osservare significa lasciare che la vita si mostri da sé, senza un io che controlla, senza un traguardo da raggiungere, senza il peso del tempo.
Krishnamurti lo chiamava osservazione senza centro, senza scopo, fuori dal tempo .
Un vedere così puro da sembrare pericoloso all’ego, perché dissolve la sua stessa pretesa di esistere.
Molti anni dopo, Tolle lo riconobbe nel cuore della sua trasformazione. La notte in cui smise di lottare contro la propria sofferenza, l’osservazione naturale emerge spontanea, limpida come il respiro che non chiede di essere guidato.
Allora l’“io” appare per ciò che è: una fragile costruzione di pensieri e ricordi.
Non c’era illuminazione da conquistare, ma solo da riconoscere: non siamo mai stati separati .
La libertà non si raggiunge: si rivela.
Questo è il segreto che non ha bisogno di maestri. Nessuno può donarci ciò che già siamo: consapevolezza immobile come cielo , che non viene toccata dalle nuvole che passano.
Ed ecco la svolta: la domanda non è più “come risvegliarmi?” , ma diventa:
“come voglio ballare, ora che so di essere già intero?”